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Appello per l’italianistica in Svizzera

Posted By Luigi M. Reale On 9/1/2005 @ 12:14 pm In Italianistica, Osservatorio | Comments Disabled

Il prossimo 15 gennaio si svolgerà a Neuchâtel una manifestazione in difesa della lingua e della cultura italiana in Svizzera, per scongiurare la soppressione dell’Istituto di Italiano.

Abbiamo già in archivio in questo portale un articolo del 23 dicembre 2003 ([1] L’italianistica a Zurigo) che segnalava con preoccupazione il destino delle cattedre di italianistica in Svizzera.

Trascrivo qui di seguito l’appello del prof. [2] Pietro De Marchi, diffuso qualche giorno fa tramite l’AdI e ripetuto dall’AIPI; riproduco quindi l’articolo di Arturo Colombo citato dallo stesso De Marchi.

Spero di fornire cosí un piccolo contribuito al dibattito su questa vicenda.

[Consultate anche il [3] sito web dell’Università di Neuchâtel]


Care amiche e colleghe, cari amici e colleghi,

come qualcuno di voi già saprà, la sopravvivenza della cattedra e dell’istituto di italiano a Neuchâtel è appesa a un filo (e anche in altre università svizzere le prospettive sono poco rosee: cfr. l’articolo di A. Colombo sul "Corriere della Sera" del 13 dicembre 2004: Zurigo, sparisce la storica cattedra di De Sanctis).

A Neuchâtel il nuovo rettore, Alfred Strohmeier, un informatico, ha deciso di sopprimere l’italiano e il greco, creando al loro posto nuove cattedre di giornalismo, pedagogia, “cosmopolitismo” [sic], e anche una cattedra di spagnolo (che ora passa da 1 a 2 cattedre). Secondo la pianificazione quadriennale del rettore, l’italiano scomparirebbe totalmente dalla faccia dell’università: né cattedra, né istituto, né bachelor né niente.

La cosa è gravissima, perché sarebbe la prima volta che una storica università svizzera si troverebbe a non offrire alcun insegnamento di italiano, lingua nazionale.

Non so veramente che cosa possano fare per noi gli italianisti delle università italiane. Ma forse anche una breve lettera di protesta dell’ADI da indirizzare al responsabile del dipartimento dell’istruzione pubblica del cantone di Neuchâtel (M. Thierry Béguin, chef du Département de l’instruction publique et des affaires culturelles, Château, rue de la Collégiale 10, 2000 Neuchâtel; thierry.beguin_AT_ne_DOT_ch) potrebbe essere un segno non vano di solidarietà. L’ultima parola spetta infatti ai politici, che si pronunceranno prima della fine del mese di gennaio.

Un cordiale saluto e grazie per l’attenzione,

Pietro De Marchi
Università di Zurigo e di Neuchâtel
pietro.demarchi_AT_unine_DOT_ch


Arturo Colombo, Zurigo, sparisce la storica cattedra di De Sanctis, «Corriere dela Sera»”, 13 dicembre 2004, p. 27

«L’italiano e l’italianità in Svizzera soffrono». A lanciare un simile allarme è Gabriele Gendotti, attuale presidente del consiglio di Stato e direttore del dipartimento dell’Educazione e della cultura della repubblica elvetica, oltre che del Canton Ticino. Anche il Corriere del Ticino , il maggiore quotidiano della Svizzera italiana, denuncia questa minaccia, tanto da scendere in campo, l’altro giorno, con un titolo a tutta pagina: «Zurigo, la nostra cultura messa in ombra». Certo, il motivo è grave: il Politecnico federale di Zurigo ha deciso di «tagliare» la cattedra di Lingua e letteratura italiana, dove - già un secolo e mezzo fa - aveva tenuto l’insegnamento Francesco De Sanctis, il grande critico allora costretto all’esilio durante le lotte risorgimentali. Ma anche più tardi, fino al 1988, per oltre un quindicennio vi ha insegnato un altro nostro grande studioso come Dante Isella, memore di quanto aveva detto proprio De Sanctis: che prima di essere ingegneri, occorre ricordarsi di essere uomini. Ma purtroppo chi ascolta, oggi, quel lucido ammonimento?

Adesso, giunto all’età del pensionamento l’attuale titolare al Politecnico di Zurigo, il professor Ottavio Besomi, si coglie l’occasione per un vero colpo di mano, qual è quello di mettere a tacere una cattedra, che è sempre stata un punto di riferimento fondamentale, per difendere, valorizzare e far conoscere un così grande patrimonio culturale. E non è tutto: in altri gloriosi atenei svizzeri - come quello di Basilea e quello di Neuchâtel - le prospettive non appaiono migliori, perché anche lì le cattedre di italiano sono a rischio di estinzione.

Siamo, dunque, in una congiuntura diametralmente opposta rispetto a quanto accadeva, per esempio, a metà del Novecento, quando all’ateneo di Friburgo, proprio come italianisti, hanno svolto un’opera meritoria altri due nomi illustri: quelli di Giuseppe Billanovich e di Gianfranco Contini, il celebre filologo e critico militante, amico di Eugenio Montale (per il quale ebbe «una lunga fedeltà», come intitolerà una sua raccolta di saggi). Eppure l’attuale, inquietante situazione nelle università svizzere è solo la spia di un disagio, destinato a diventare ancora più diffuso: addirittura più drammatico. Lo confessa lo stesso consigliere Gendotti, quando precisa con molta franchezza: «Non siamo nostalgici né piagnoni. Siamo semplicemente preoccupati di questo processo di appiattimento culturale e di standardizzazione linguistica».

Infatti, statistiche alla mano, ci si accorge che - fuori dal Canton Ticino - anche nelle altre scuole a livello preuniversitario, tipo i licei, continua a diminuire l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua: tant’è vero che c’è già chi prevede che nel giro di poco tempo l’italiano sarà pressoché eliminato, facendo così perdere alla Svizzera una delle caratteristiche secolari, che faceva del plurilinguismo uno dei fattori qualificanti del suo federalismo. Né vale controbattere che al giorno d’oggi è indispensabile conoscere l’inglese come «lingua veicolare».

[Aggiornamento 20 gennaio 2005]

Giancarlo Dillena, Plurilinguismo e italiano: un problema svizzero, “Corriere del Ticino”, 13 gennaio 2005, versione online http://www.cdt.ch/interna.asp?idarticolo=58717

Cattedre di italianistica soppresse prima al Politecnico di Zurigo e poi all’Università di Neuchâtel; giornali ticinesi distribuiti sempre peggio dalla posta (o semplicemente non distribuiti in tempo) oltre San Gottardo; ombre di ridimensionamento che planano sempre più insistenti sulla RTSI. Sono segnali oltremodo inquietanti per il futuro della componente italofona della Svizzera. Ma lo sono altrettanto per la Svizzera nel suo insieme, poiché proprio il riconosciuto plurilinguismo ne costituisce uno dei pilastri fondamentali. Senza di esso, viene da chiedersi, che senso potrebbe ancora avere quel modello peculiare e dimostratosi storicamente vincente che è la «Willensnation» elvetica? È una domanda che si debbono porre tutti, seriamente e urgentemente, in questo Paese.

Il progressivo indebolimento della posizione dell’italiano nel contesto nazionale è legato, evidentemente, a cambiamenti di natura sociale ed economica, contro i quali sarebbe assurdo pretendere di combattere una strenua quanto vana battaglia di retroguardia. Pensiamo innanzitutto all’affermarsi dell’inglese quale lingua franca. Ma anche all’emergere sulla scena nazionale di consistenti comunità di immigrati recenti, portatori di lingue e culture diverse (in alcuni casi vicine a superare per peso numerico quello degli italofoni). Ma un conto è considerare con attenzione questi fenomeni e cercare di affrontarli attraverso un intelligente adeguamento delle strutture portanti del plurilinguismo elvetico. Un conto è subirli passivamente o limitarsi a risposte generiche e desolanti nel loro qualunquismo (come ad esempio certe ipotesi di «cattedre di cosmopolitismo»). Questo vorrebbe dire non solo accettare, ma favorire il naufragio dei complessi ma essenziali equilibri della democrazia elvetica nel magma di un «melting pot» senza arte né parte.

In questo senso la posizione dell’italiano quale lingua nazionale è un tema importante, che si ricollega direttamente al destino dei supporti che sostanziano tale statuto: dalle cattedre universitarie alla possibilità concreta per la stampa e la radiotelevisione italofone di far udire la loro voce. Porlo in termini di rivendicazione a tutela di una minoranza minacciata sarebbe sbagliato e fuorviante per tutti. Occorre al contrario fare in modo che il dibattito si allarghi, inducendo innanzitutto le altre comunità linguistiche a interrogarsi su una tendenza generale che oggi colpisce l’italianità, ma tra non molto potrebbe avere pesanti ricadute anche per loro, in quanto svizzeri. E non pensiamo solo ai romandi. Poiché il problema – ancora una volta – va ben oltre la questione dei rapporti maggioranza-minoranze.

Il plurilinguismo costituisce in effetti un capitale prezioso, anche dal profilo economico. Un argomento, questo, difficile da far comprendere a quegli ambienti in cui sembra imperare oggi una mentalità spicciola e orientata esclusivamente al beneficio a breve termine, secondo la quale un inglese sommario – che di fatto è una caricatura della lingua di Shakespeare – basta e avanza, accanto al dialetto locale. È un visione grezza e ignorante del ruolo della lingua nella comprensione, formulazione e comunicazione delle idee, riflesso a sua volta di una visione del mondo non solo riduttivamente utilitaristica, ma anche pericolosamente miope. Rischia infatti di essere fortemente penalizzante soprattutto per un piccolo paese che ha come principale «atout» (anche economico) le capacità dei propri abitanti. In questo senso un plurilinguismo vero, coltivato con realismo ma anche con convinzione e serietà, rappresenta una carta importante, da giocare con intelligenza.

Poiché è il presupposto di una migliore e più sofisticata comprensione del mondo (che rimane una realtà complessa e sfumata, a dispetto di tutte le semplificazioni). Ma non solo: finisce col diventare un valore aggiunto rilevante, in quanto permette un rapporto più diretto con interlocutori (e clienti) diversi. Anche e soprattutto in un contesto di globalizzazione. Il richiamo alla necessità di chinarsi seriamente e sollecitamente sul problema non va confuso, sia ben chiaro, con un approccio catastrofista. Per certi versi, anzi, le condizioni generali di salute del plurilinguismo e dell’italiano in particolare possono apparire oggi migliori rispetto ai tempi in cui a certi vincoli formali (ad esempio nella traduzione dei testi ufficiali) non corrispondeva poi nella pratica quotidiana una altrettanto diffusa capacità e volontà di comunicare fra comunità linguisticamente diverse. Così come vi sono pregevoli iniziative – ad esempio il «Dizionario toponomastico dei comuni svizzeri», che presentiamo oggi nelle pagine culturali – che contribuiscono significativamente a rafforzare il legame con il territorio proprio nella sua dimensione linguistica.

Ma proprio alla luce di tutto questo è quanto mai necessario che le questioni legate al plurilinguismo vengano affrontate in modo approfondito e organico, evitando di costruire da una parte mentre si demolisce dall’altra. Così facendo è in effetti reale il rischio di correre poi a chiudere la porta della stalla quando oramai i buoi sono da tempo fuggiti.


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[1] L’italianistica a Zurigo: http://www.italianisticaonline.it/2003/zurigo-politecnico/
[2] Pietro De Marchi: http://www.culturactif.ch/ecrivains/demarchi.htm
[3] sito web: http://www.unine.ch/italien/

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