Italianistica in Svizzera

Riproduco un’intervista a Fabrizio Fazioli, giornalista Tsi e presidente di Coscienza Svizzera, ed un articolo di Fabrizio Eggenschwiler che ci inducono a riflettere nuovamente sulla situazione dell’italianistica in Svizzera.

[Leggi anche i precedenti articoli]

Rocco Notarangelo, A Zurigo, come all’estero. A colloquio con Fabrizio Fazioli, «Cooperazione», num. 08, 16 febbraio 2005, versione PDF (http://www.cooperazione.ch)

Il dibattito promosso da Coscienza Svizzera sullo stato agonico dell’italiano nella Confederazione continuerà anche Oltralpe?

Fabrizio Fazioli: Sí. In questa prima fase abbiamo verificato il grado di adesione nella Svizzera italiana alla difesa della terza lingua nazionale. L’intenzione è ora quella di fare la stessa cosa in altre città: saremo in primavera probabilmente a Coira, poi a Zurigo e a Neuchâtel. Poi si vedrà….

La terza Svizzera non dovrebbe farsi un mea culpa? Chiusa nel proprio territorio, sembra disinteressata a ciò che avviene nel resto del paese…

Fabrizio Fazioli: È proprio questo il modello svizzero, fondato sul principio della territorialità. Ciò ha consentito all’italiano di sopravvivere e consolidarsi nella Svizzera italiana. Ma quanto alla reciproca comprensione fra le lingue e le culture c’è ancora molto da fare. Per dirla in altro modo, quello svizzero è un federalismo distributivo, fatto di sussidi, di chiavi di riparto, ma non un federalismo integrativo.

La lingua egemone nella Confederazione è il tedesco. Eppure la scuola ticinese continua a privilegiare il francese. Non è ora di cambiare?

Fabrizio Fazioli: È vero. Per difendere la lingua di una minoranza non c’è di meglio che conoscere la lingua della maggioranza. Per la stragrande maggioranza dei ticinesi andare a Berna o a Zurigo è come andare all’estero. La scuola però piú di tanto non può fare. Forse occorrerebbe riprendere e intensificare certi scambi linguistici o soggiorni professionali.

Nella Svizzera tedesca, piú che una lingua nazionale, l’italiano continua a essere l’idioma degli immigrati, dei «tschingeli»…

Fabrizio Fazioli: Bisogna ammetterlo, forse ci si è cullati troppo fra le garanzie linguistiche della territorialità. D’altra parte il modello svizzero non consente molto altro. Si prenda la Rtsi: è un’emittente nazionale che diffonde in tutta la Svizzera al pari della Drs o della Tsr. Ma in realtà non c’è vero scambio fra le rispettive lingue e culture. Non c’è ascolto reciproco fra le emittenti, ognuno produce e diffonde per il proprio pubblico e nella propria lingua. Immaginarsi altro è illusorio.

Nei licei svizzeri tedeschi e romandi l’inglese è la seconda lingua straniera. Il quadrilinguismo elvetico è buono solo per le traduzioni e l’attività alberghiera, come ha ironizzato Hugo Loetscher?

Fabrizio Fazioli: Qui le battute abbondano. Si dice che nell’amministrazione federale gli italofoni sono oramai solo traduttori o guardie di confine. No. Credo che il plurilinguismo elvetico sia quantomai necessario, nel bel mezzo di un’Europa che si scopre tra l’altro plurilingue, proprio sul modello di quello elvetico. In un paese piccolo come la Svizzera credo che le minoranze siano funzionali e utili alla stessa maggioranza.

Coscienza Svizzera prevede di lanciare un’iniziativa popolare sulle lingue nelle scuole dell’obbligo…

Fabrizio Fazioli: Tutto dipenderà dalla ripresa o meno della legge federale sulle lingue. L’iniziativa riprende alcuni concetti già avanzati anche in Parlamento, come l’iniziativa del consigliere nazionale Berberat, secondo il quale nella scuola dell’obbligo deve essere insegnata una seconda lingua nazionale. Questo credo sia un minimo da pretendere.

Sulla soppressione della cattedra di italiano al Politecnico di Zurigo e a Neuchâtel, l’argomento dei rettori è soprattutto di tipo economico. Qual è la sua opinione?

Fabrizio Fazioli: Purtroppo le lingue sono sempre piú ridotte al solo ruolo comunicativo e al loro valore economico o commerciale. Si dimentica il retroterra culturale che esse veicolano. Persino l’inglese, che crede di sostituire tutte le altre lingue, non è altro che uno strumento per la sola comunicazione, una sorta di marmellata globale, buona per l’«internettizzazione» della società, ma che poco ha a che fare con la lingua e la cultura inglesi.

Come giudica l’ipotesi di creare una cattedra di italianistica nell’Università della Svizzera italiana?

Fabrizio Fazioli: Sarebbe una giustificazione in piú per abolire tutte le altre in Svizzera. Non credo che una cattedra d’italiano, completamente isolata da altre discipline umanistiche, possa servire alla causa. Sarebbe un’autogoal. A meno che l’Usi decida di introdurre fra le sue falcoltà anche le lettere, ma come offerta piú ampia e piú completa.

Le recenti dimissioni del vicecancelliere Casanova hanno evidenziato il deficit di rappresentanza degli svizzeri italiani tra i quadri della Confederazione. Perché?

Fabrizio Fazioli: È vero, rispetto ai decenni scorsi la Svizzera italiana sembra isolarsi maggiormente dal resto della Svizzera. Si tratta di una questione linguistica? Difficile dire. Fra le prerogative di un’italofono a Berna c’è quella di conoscere non solo il tedesco ma anche lo «Schwytzerdütsch», che sta diventando la prima lingua nazionale. Un tempo i figli di molte famiglie benestanti frequentavano i collegi della Svizzera interna. Oggi questo avviene molto meno. E ciò si nota.


Questo articolo si può citare nel seguente modo:
Luigi M. Reale, Italianistica in Svizzera, in «Italianistica Online», 13 Marzo 2005, http://www.italianisticaonline.it/2005/italianistica-svizzera/

Questo articolo