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Un ‘Informale Freddo’: qualche nota ‘da’ Fortini

Posted By Marco Giovenale On 15/11/2004 @ 12:39 am In Letture, Appunti di viaggio | Comments Disabled

Franco Fortini ha scritto, con I cani del Sinai, un testo d’avanguardia? Probabilmente sì, anche se lui avrebbe rifiutato l’azzardo di una definizione simile… e si vedrà presto, quattro righe avanti, da un suo tocco polemico.

Quelle pagine avevano la pretesa dichiarata di «suggerire l’esistenza di alcune macchie lutee, insensibili alla luce normale. La forma autobiografica, dovrebbe capirlo anche un critico di avanguardia, non è che modesta astuzia retorica. Parlo anche dei casi miei perché certo che anche miei non sono. Della mia “vita” non me ne importa quasi nulla» [1] 1.

Non sostengo che un finalismo (come quello che presiederebbe a una fantomatica usefulness della letteratura) controlli o pre⁄scriva l’elaborazione di un libro come I cani. Ma certo un intento conoscitivo si forma durante la costruzione materiale del testo, l’itinerario che immagina. Allora in Fortini il «suggerire l’esistenza di alcune macchie lutee» significa cercare non un’illuminazione di parti non chiare in una storia dolorosa che è di tutti e di un individuo, né forse la delimitazione del loro perimetro, ma semmai l’operazione di offrire o ricomporre l’esperienza⁄certificazione del fatto che esse esistono. E fanno resistenza. (In ciò che è reale). (Eco parlerebbe di linee di resistenza dell’essere).

Nei Cani si vede in azione non un realismo, né una costruzione allegorica, o anzi puramente memoriale, né la narrazione dei fatti del ‘67; non l’architettura del pamphlet politico. Il Fortini che sul piano religioso, negli anni Quaranta, durante la discriminazione razziale e la guerra era «costretto ad aprirsi sui due versanti delle cose invisibili»[2] 2, non è – scrivendo – schiacciato in un angolo di dualismo di forme. (Ammesso che nella fede lo fosse). Allora I cani del Sinai è un testo d’avanguardia anche perché dimostra che ci si può misurare con la violenza del tempo (storico) senza impedirsi di imporre al tempo una forma che non è la sua.

La forma del libro di Fortini non è attesa né desiderata né pre⁄scritta dal periodo storico che essa in parte osserva e cifra. E, altro elemento considerevole: il suo valore letterario – conoscitivo nelle intenzioni e non prescrizioni dell’autore – ha una durata che sorprende. (O forse sorprende solo quelli che pensano – e magari anche Fortini lo avrebbe pensato – che le opere di avanguardia si inscrivano per statuto in ciò che brucia, non dura, sfuma).

Dopo il film realizzato da Straub e Huillet (1976) sui Cani – con l’autore che legge passi del testo – Fortini sente il bisogno (1978) di scrivere una nota che, per esattezza e spietatezza, quasi supera le pagine che chiosa.

Pone innanzitutto sullo sfondo il libro; lo osserva «attraverso un’altra guerra e poi episodi innumerevoli di stragi, di assassinii, di trattative e di paranoia politica», e attraverso dieci anni (dieci ‘altri’ inverni) italiani e internazionali. E dichiara: «Avevo guardato, come avevo potuto, con occhi abituati a guardare; ma proprio per questo mi pare oggi meschino avere ancora voluto, nel 1967, interrogare insieme, con una sola domanda e su una stessa pagina, gli avvenimenti arabo-israeliani e la mia vicenda biografica» [3] 3.

È, questa, un’affermazione di chiusura di (uno) sperimentalismo? Era, lo sperimentalismo, anche l’affanno di dichiarare/fare vitalmente (non mortalmente) fredde, e ’superate’ ossia mutabili (in quanto) ritessute in una Forma, le vicende storiche e individuali? Il 1978 è tempo di terrorismo. Da tre anni è morto Pasolini. Da due uscito I diecimila cavalli, secondo e ultimo romanzo di Roversi. Né la Forma né alcun tipo di Informe sopravanza – in un qualche modo che emetta anche senso spendibile – quel che cattura, la storia che prende.

Il presente «è di diserzione, non tanto dalla “politica” quanto da ogni finalità e [questo] si traduce in un accorciamento della previsione, in un rifiuto del progetto, insomma in una affascinata contemplazione della morte, propria e altrui» [4] 4.

«Attraverso lo sguardo della macchina da presa che guardava me, ho anche potuto comprendere meglio alcuni insegnamenti formali che avevo ricevuto, in tanti anni, da alcuni pochi e assoluti maestri. Uno è la regola del morto-vivo, dello zombie. Vitalità, passione, immediatezza: in loro assenza non si fa nulla. Ma nello stesso tempo, se non muoiono, se non sono allontanate, ammutolite, guardate come beni perduti per sempre e non a noi destinati, non possono diventare “cibo di molti”. Fra qualche anno, ad esempio, nessuno comprenderà più che cosa sono stati la guerra del Vietnam e il conflitto arabo-israeliano. Abbiamo dimenticato ben altro. Non rimarranno che le commemorazioni televisive e i libri di storia. Questo è detto, in tutte lettere, nelle mie pagine dei Cani e la mia voce è ivi stridula proprio perché nell’atto medesimo in cui parla di “realtà” è soverchiata dall’assenza; e se Straub ha capito e ha detto tutto questo, come un musicista dice la sua musica a proposito di un libretto, ciò è stato perché è lui stesso soverchiato dall’assenza, perché sa come me che possiamo sperare di disegnare il futuro solo segnando a dito, con esattezza, le fosse di quel che non c’è, le lacune del reale» [5] 5.

È il lavoro che si sta facendo in questi anni? Ha senso (nel diversissimo – ma non stravolto in tutto – contesto storico politico) prendere a sigla di una pensabile serie di operazioni critiche e artistiche il segnare a dito le fosse di quel che non c’è, le lacune del reale? Nelle molte accezioni (eccedenti Fortini)?

«Nelle istruzioni che Danièle e Jean-Marie mi proponevano, il testo mi si estraniava sotto gli occhi; la mia difesa era debolissima, lasciavo che liaisons inattese alterassero la punteggiatura e la sintassi. Capivo che l’operazione filmica, proprio modificando quanto recava la mia firma, proprio disfacendo il tessuto dei miei pensieri, li sormontava, li conservava» [6] 6.

Eccedere e – continuamente – oltrepassare i bordi del lavoro di Fortini, di Pasolini, delle avanguardie, è quanto conserva e insieme altera (vitalmente) le forme, in un contesto comunque cambiato e ostile? L’attraversamento⁄oltranza dei testi (Bene, Villa), la loro ‘devozione all’alterazione’ (Cacciatore, Rosselli), e dunque daccapo le riscritture (anche di opere di un Novecento ormai ‘classico’), e un nuovo Informale Freddo, se una formula non è eccesso di parzialità, hanno questo senso? prendono quella direzione? (Che magari Fortini disapproverebbe, ma che i suoi testi non possono non suggerire).

«Oggi so che possiamo guardare a un reale senza fantasmi di consolazione. Della continuità atroce di sopraffazione e di violenza che abbiamo di fronte a noi, in Israele e qui e ovunque, possiamo parlare senza lirismo e senza autobiografia. […]”la tentazione del bene è irresistibile” e quanto più un destino sembra distrutto tanto più comincia ad assomigliare a una libertà. La resistenza, in lotta col presente, esiste già, ignota anche a se stessa» [7] 7.

1 Franco Fortini, I cani del Sinai, De Donato, Bari 1967; poi Einaudi, Torino 1979 2 : pp. 29-30 (cfr. anche l’ediz. Quodlibet, Macerata 2002).

2 Ivi, ediz. Einaudi, p. 44.

3 Ibid., p. 69.

4 Ibid., pp. 70-71.

5 Ibid., p. 72.

6 Ibid., p. 73.

7 Ibid., p. 74.

* Testo già pubblicato in «bina», n. 35, 10 novembre 2004.


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