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Avalle, Silvio d’Arco

Posted By Luigi M. Reale On 24/7/2002 @ 12:00 am In Italianistica, Critica e filologia | Comments Disabled

Morto nella sua casa di Firenze all’eta’ di 81 anni il 9 gennaio 2002, era nato a Cremona nel 1920. Allievo di Gianfranco Contini, con il quale aveva collaborato alla gloriosa impresa editoriale dei Poeti del Duecento (1960), socio dell’Accademia della Crusca e dell’Accademia dei Lincei, è stato uno dei maggiori filologi e semiologi europei, fondatore con Maria Corti e Cesare Segre della rivista ‘’Strumenti critici'’. Ha diretto il nuovo vocabolario storico della lingua italiana della Crusca, è stato il primo docente ad introdurre per la prima volta in una Facoltà universitaria di Lettere (a Torino) l’insegnamento della semiologia, ha condotto ricerche fondamentali di metrica e sulle origini della poesia nella letteratura romanza.

Necrologi

Cesare Segre, Avalle, dai trovatori al computer: una vita a caccia dei segreti della lingua, “Corriere della Sera”, venerdì 11 gennaio 2001.

Fu tra i fondatori della rivista «Strumenti critici». Celebre il suo studio su Montale. E’ morto a 82 anni uno dei maggiori filologi e semiologi europei. Accademico dei Lincei, autore di opere fondamentali di letteratura medievale Avalle, dai trovatori al computer: una vita a caccia dei segreti della lingua.

Con la morte di D’ Arco Silvio Avalle, il panorama degli studi critici e filologici perde uno dei suoi personaggi più vivaci e creativi. Nato a Cremona nel 1920, s’ era laureato a Pavia e, dopo un periodo di lettorato a Ginevra e anni di docenza nelle scuole superiori di Milano, aveva insegnato a lungo Filologia Romanza (e anche Semiologia) nell’Università di Torino (dal 1959), poi in quella di Firenze; infine aveva avuto l’incarico dell’ «Opera del Vocabolario» all’Accademia della Crusca. Era accademico dei Lincei. Partito con un forte interesse contemporaneistico, sia sul versante filosofico, sia su quello letterario, s’ era poi concentrato sulla più rigorosa filologia medievale (italiana, provenzale e francese); a metà degli anni Sessanta, con una nuova svolta, era diventato uno dei più ferrati rappresentanti della nuova critica d’ ispirazione semiologica. Fondò anzi, con Maria Corti, Isella e Segre, la rivista «Strumenti critici», che ebbe una funzione determinante nell’approfondimento storico e teorico di quella metodologia.

Parlatore affascinante, ebbe, com’ era naturale, un grande seguito: i suoi allievi filologi e semiologi non si contano. Del resto, aveva colto nel Sessantotto soprattutto un émpito rinnovatore; e gli anni successivi furono forse i migliori della sua imponente attività. Difficile elencare i suoi lavori, anche solo i più importanti. Certo vi domina l’edizione delle poesie d’ un grande e fecondo e avventuroso trovatore, Peire Vidal; edizione che fu ed è tuttora considerata esemplare. Si dovrebbero aggiungere l’ italiano Guinizzelli, i poemetti francesi delle origini, come la Passiun (di questi studi è appena uscita una fondamentale raccolta presso le Edizioni del Galluzzo). La grammatica storica, strumento fond amentale per qualunque editore di testi antichi, diventa elemento di delimitazione culturale quando, nello studio di un antichissimo testo teatrale, lo Sponsus, Avalle individua una zona linguisticamente autonoma tra Francia e Provenza, definita «pittavina» perché corrisponde in parte al Poitou. E sempre in ambito linguistico, Avalle rivelò l’ esistenza di un particolare tipo di latinità diversa da quello che si chiama latino volgare e, naturalmente, dalle lingue spiccatamente volgari; lo chiamò «latino circa romançum».

L’inventiva di Avalle era inesauribile. E se per certi aspetti rivelava sprazzi di genialità inventiva che facevano pensare a un poeta a lui caro, Rimbaud, dall’ altro sviluppava interessi matematici, messi in opera nella ricerca lessicografica (all’Accademia della Crusca), nelle concordanze e negli studi di metrica. Alludo in particolare alle monumentali Concordanze della lingua poetica italiana delle origini (1992), che raccolgono e analizzano tutti i testi anteriori al 1300; oppure agli studi decisivi sull’ origine dell’ endecasillabo e di altri versi romanzi (verranno pubblicati presto dall’editore Ricciardi). Del suo talento combinatorio Avalle aveva dato già prova nello studio sulla tradizione dei testi provenzali, e in particolare dei canzonieri, col volume La letteratura medievale in lingua d’ oc nella sua tradizione manoscritta (1961). Sull’ altro versante dell’opera di Avalle, va ricordato che il suo studio su «Gli orecchini» di Montale (1965) fu uno dei primi, e dei migliori esempi, di critica strutturalistica; e che di questa critica egli rivisitò le origini italiane col volume L’analisi letteraria in Italia (1970). Particolarmente efficace nello studio dei testi narrativi, Avalle affrontava opere chiave delle letterature romanze, compresa la Divina Commedia; li raccolse poi nel volume: Dal mito alla letteratura e ritorno (1990). Un titolo, questo, che allude già all’ interesse antropologico ed etnologico che caratterizzò la serie dei lavori semiotici di Avalle, forse proprio sul modello dei grandi studiosi russi che egli contribuì a far conoscere tra noi. Ricordo anche il volume, ingegnosissimo, su Le maschere di Guglielmino. Strutture e motivi etnici nella cultura medievale (1989).

La semiologia di Avalle s’incentrava quasi totalmente sulla teoria di Saussure, cui dedicò un’ attenta esegesi. Andò anche a scavare tra gl’ inesauribili materiali manoscritti del linguista ginevrino, pubblicandone inediti di estremo interesse. Era quasi un personaggio da romanzo. Alto e biondo, con una piccola barba da principe russo, enunciava idee sempre originali, percorreva itinerari inconsueti trascinando l’ interlocutore o l’ ascoltatore in terre inesplorate. Un grande studioso, un grande amico.

[Testo ripubblicato, con modifiche e con il titolo Avalle, la filologia travolgente, nella “Nuova Antologia”, a. 137, fasc. 221, pp. 131-133].


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